FUORISALONE – ONE WEEK LATER

Una settimana piena di promesse e di “in pausa pranzo scrivo il post” e invece ti trovi sommersa da mail, ansie, telefonate, meeting, sfacchinate tra un ufficio e l’altro e improvvisamente realizzi che è mercoledì e non hai ancora preparato uno straccio di valigia e l’indomani hai un treno che ti aspetta e probabilmente le ore a tua disposizione non bastano per finire le mille cose che devi ancora fare.
Senza togliere poi che tutto il sonno che accumuli durante il giorno improvvisamente svanisce quando poggi la testa sul cuscino.
Ok, tutto apposto.
L’importante è che siamo arrivati al fatidico giorno in cui posso salutare tutti con un bel ciaone gigante e cancellare ogni tipo di preoccupazione dalla testa, salire su un treno direzione casa e rilassarmi per quattro giorni.

Parlando invece di ciò che è successo la scorsa settimana, nonostante mi fossi ripromessa di essere asociale come tutti gli anni e non partecipare ANZI evitare come la peste tutti gli eventi proposti dal fuorisalone, mi sono lasciata trascinare dalla movida e ho fatto un bel giro fra le cinque vie mercoledi sera e un salto al toiletpaper bar domenica pomeriggio in zona Moscova.

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E contrariamente a ciò che pensavo, sono persino stata contenta di ciò che ho visto: installazioni, creazioni, art & design, colori, stampe.

E dopo una full immersion nella real life da vera milanese imbruttita, sono pronta ad affrontare le vacanze che ho tanto desiderato, voluto, di cui ho tanto bisogno ma che soprattutto tanto mi spettano.

Buona Pasqua a tutti!

S.PATRICK DAY – JAMESON VILLAGE

Per la famosa serie “Tradizioni mondiali a cui noi italiani non possiamo proprio rinunciare” c’è anche il S. Patrick Day. Per noi abitanti del Bel Paese non è altro che l’ennesima scusa per bere birra a fiumi, fare casino, indossare ridicoli copricapo verde folletto e avere una giustificazione per il post-sbronza del giorno successivo.
Ricordo i bei tempi in cui io e il mio stomaco eravamo complici e con enorme nonchalance assorbiva tutto l’alcool che ingurgitavo e in occasione di San Patrizio di un po’ di anni fa diedi il meglio di se scolandomi un paio di litri di una favolosa birra trappista che mi ha rintronato talmente tanto che avevo quasi pensato al rehab come unica soluzione.
Poi sono diventata una pecetta che dopo una media ha già la gastrite ma questo non mi impedisce comunque di far parte di quell’alta percentuale di italian medi che godono delle tradizioni altrui e ogni anno mi diletto a festeggiare sentendomi un pò irlandese anche io.

Quest’anno però a differenza di quelli passati, invece di buttarmi in un qualsiasi pub sul naviglio nella speranza di non dover fare troppa fila per scolarmi la mia pinta, ho partecipato a un evento a cui sono stata gentilmente invitata, e cioè il Jameson Village.
So già che i miei lettori si stanno dividendo in due grandi categorie.
I categoria : “Il che?”
II categoria: “Che c’entra il Whisky?”
Dato che io ora faccio tanto la gagliarda ma in realtà appartengo senza ombra di dubbio a quelli che cosa-che-cosa? farò la parte della saputella e vi illustrerò tutto quello che volete sapere e anche di più. Il Jameson è un irish whiskey (e quindi ha tutto il diritto di esser festeggiato il giorno di San Patrizio) che ho avuto il piacere di assaggiare per la prima volta l’anno scorso in occasione di un evento a cui sono stata invitata in un cocktail buonissimo a base di questo whiskey magico e ginger. Devo dirlo, inizialmente ero super restia a provarlo non essendo una grande fan dei liquori ma mi ci è voluto un millesimo di secondo per farmi ricredere! Dopo aver partecipato più volte ad aperitivi a base di Jameson, non potevo sicuramente rinunciare all’ennesimo assaggio e così, venerdì 17 ore 20.30 mi presento di fronte all’ex spazio Farini aspettandomi di tutto tranne che un vero e proprio villaggio irlandese pronto ad ospitare fiumi di persone che facevano la coda anche in mezzo alla strada.
Le sensazioni che questo evento è riuscito a lasciarti sulla pelle, dopo lo stupore iniziale, sono state in assoluto super positive. Praticamente in un attimo sei a Milano e quello dopo in una vecchia cittadina irlandese con tanto di municipio, chiesa, farmacia, scuola, cimitero e chi più ne ha più ne metta. Ci si poteva sposare, si poteva sostare sdraiandosi ai piedi di una lapide del cimitero a guardare un film muto, si poteva assistere alle lezioni della scuola, si poteva ballare sulle note dei musicisti che si esibivano al teatro, e per tornare alla realtà bastava spostarsi verso la parte esterna del capannone e fare acquisti alle bancarelle vintage dell’east market oppure mangiare ai banchetti dello street food. Il tutto sotto gli occhi di una gigantesca mongolfiera che dominava sul villaggio.
Un’esperienza totalmente diversa che non vedo l’ora di rivivere.

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